Sem Benelli.
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UN FIGLIO DEI TEMPI.
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1905. Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, TORINO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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L'AUTORE.
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Sem Benelli (Filettole, 12 agosto 1877  Zoagli, 18 dicembre 1949)  stato un poeta, scrittore e drammaturgo italiano, autore di testi per il teatro e di sceneggiature per il cinema. Fu anche autore di libretti d'opera.
 stato spesso considerato dalla critica un D'Annunzio in minore, ma il suo talento letterario  stato rivalutato fino a considerarlo come una fra le maggiori espressioni della tragedia moderna.
Nel 1945  stato cofondatore, insieme a Ugo Betti, Diego Fabbri, Massimo Bontempelli ed altri autori teatrali, del Sindacato Nazionale Autori Drammatici (SNAD), con l'intento di salvaguardare il lavoro dei drammaturghi e degli scrittori teatrali.
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Da te voglio tessuto il novel saio
per la stagion novella, o sposa eletta;
tu che la spola al ritmico telaio
guidi precisa, o rima giovinetta.
Vergine antica, io venni alla tua casa
che il fico onusto e il vecchio noce adombra,
io venni e volli farti persuasa
di ci che il cuore e l'anima m'ingombra.
O quarta rima semplice e modesta,
te fra le tue sorelle rime io voglio;
tu sei la meno adorna e la pi onesta;
sei grano puro e non ascondi loglio.
E s'ander tra la gente moderna,
insieme con la nostra anima semplice;
ognuno, che ci intenda o ci discerna,
dica: - Rivive pur la gente italica! -
Vive la forza italica nel nuovo
pensier moderno e gi lo chiude in sue
strette potenti; ecco, ecco il rozzo chiovo
che si conficca nel cranio del bue.
Vien, dolce sposa, lascia il tuo telaio
monotono ed al mio braccio sostienti:
c' ritmo anche ne' colpi del rovaio,
confusione per i sonnolenti.
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AL NOSTRO TEMPO.
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Chi mai potr scrutar tuo ventre aperto,
o tempo nostro tutto a rinnovare?
Tali frutti ci di, tu, che il pi esperto
colono non riesce ad accoppiare...
A me giovi levar di tua feconda
terra una zolla solitaria e rara,
e la barba che dentro lei s'affonda
render tutta da me polita e chiara.
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PARTE PRIMA.
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A LUIGI SUNER, nell'arte drammatica, precursore.
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Canto I.
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IL FIGLIO.
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Troppo invoc fanciullo e visse esangue
all'ombra di montagne alte, pensando
a quelle cime come fior che langue,
che non muore e si va quasi eternando.
Troppo cerc: turb dei chiari cieli
spesso il nitore per un po' di vero,
ch nulla volle di traverso a veli
amare, non mai pago del mistero.
Nutrirsi volle d'ogni pi selvaggia
cosa: d'erbe, di pomi agri ed acerbi,
dolci e maturi; correre ogni piaggia
ove nacque; sentir cotte le imberbi
labbra e le mani per il gelo e il vento;
batter le piante su brucianti zolle;
nidi scoprire; pi d'un rio lento
animare; crear fonti di polle.
E come giovin ape in alveare
dalla sua cella il ronzo lento sente
delle compagne in provvido operare
che non conosce, e crede troppo lente
le piccole ali a crescer per volare,
il Figlio in una insaziabil fretta
di troppe cose subito indagare,
pat come uno che per forza aspetta.
Ed invoc talora, per pi lieti
giorni, il dolore, come nuovo germe
invoca la tempesta. Irrequieti
primi anni al Figlio in ardua lotta inerme!
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Canto II.
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L'AQUILONE.
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Mettere a fermo un aquilone a stella:
suscitar con la sua mente un mistero:
di mano sua comporre una sorella
delle stelle e tenerne il lieve impero!...
Anche il Figlio pot con le sue mani
creare quel miracolo volante
adatto a sollevarsi ne' lontani
spaz dell'aria celere esultante...
E part col frusco della sua coda
scherzando l'aquilone e filo, chiese,
filo, filo. - La mano trema e snoda
lo spago che s'arruffa a pi riprese.
S'arruffa; ma la mano non si stanca
e l'occhio non  sazio di vedere;
e gi la lena all'aquilone manca:
si ferma: par che voglia anch'ei godere:
guarda la terra come un occhio opaco:
e il Figlio con la mano si fa schermo
dall'azzurro e di gioia ubriaco,
ardendo, grida: - L'aquilone  a fermo!...
E l'aligero acquietasi nel sole;
ed il Figlio lo guarda e se ne vanta
con s, con la campagna e pi non vuole
se non quella vittoria che lo incanta...
Ma passa il tempo e il desiderio muta
e l'aquilone  troppo fermo, stanca:
gi da troppo il ragazzo lo saluta
vittorioso e quei non si rinfranca...
- O vento, vento! - Ma d'intorno  ferma
nel meriggio ogni cosa e tanto langue
che lo sgomento par che tenga inferma
Natura cos ardente e cos esangue.
- O vento, vento per il mio aquilone;
tutto tace e il mistero m'impaura! -
Nella strada lontana un polverone
ecco si leva e l'aria si fa scura...
- Io non tremo, io ti voglio anzi, o bufera! -
E vede, tutto chiuso in un singulto.
Natura esaudir la sua preghiera
con un meridiano ampio tumulto.
Ecco subito serpono correnti
repentine di vento in la calura
fresche sferzanti, solcan le cocenti
messi ed investon tutta la pianura.
Respirano le piante e l'arso petto
degli uomini al miracolo improvviso:
Natura si rinnova e nell'aspetto
ride e trema d'un trepidante riso.
La tempesta percote e, ripercossa
dalle colline, innalzasi, prodigio
multanime e deforme; l'aria  scossa
dall'urto forte, il cielo si fa bigio.
E l'aligero freme, ondeggia, trema,
 gi invasato dal furor dei venti;
ed il filo  finito: ormai l'estrema
speranza resta: su per le cocenti
zolle, tra macchie, siepi ed erbe folte
scavalcare, volar s come tira
l'aligero furente. E tra le molte
prove s'avventa il Figlio e vuole all'ira
de' venti la sua opera strappare;
e corre fin che a piombo non gli resta
l'aligero sul capo e lo sperare
solo  riposto ormai nella tempesta.
Ma l'aquilon, gi preda della varia
furia delle correnti ovunque addotte,
rovescia il capo, frulla gi per l'aria
e, uccel ferito, la selva lo inghiotte.
Il Figlio che tal fine ha contemplato
pronto riflette, mentre ancor l'esempio
 nell'aria: - Il mistero anche agognato
fatto ha d'una speranza un folle scempio!
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Canto III.
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LA CASA E LA GENTE.
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Triste  la casa ov'io debbo educarmi!...
Casa di gente non imbastardita,
un tempo rude, abituata all'armi
poi nell'opera dei campi abbronzita.
Casa in cui la mestizia muove il passo
lento tra le figure dei parenti
e si ritira e guata a capo basso
da un angolo se gli altri son contenti.
Casa cui veglia l'anima nascosta
degli avi, arcigni visi e volont
ferrigne, anima chiusa in una crosta
di lievi mali e orribili bont.
Casa in cui le solerti opre donnesche
muovono appena i lari sonnolenti,
svegliando come un mormorar di fresche
fronde od un risonar di sacri argenti.
Casa in cui regna la religione
e in cui si scalda a stento il freddo bene
tra le braccia della contrizione,
che incantalo con lunghe cantilene.
Tanto si cerca scongiurare il male
che, se mai ci apparisse sua presenza
s'udirebbe un levar subito d'ale:
pace n'andrebbe in lieta dipartenza.
A udirmi il cuor che batte e che non spera
io qui m'avvezzo nel silenzio muto;
mi guardan gli avi con la faccia austera
e m'additano quel ch'hanno potuto.
Guardano i vivi: e a suono di campane
tornano in loro strani abbigliamenti
i morti, in certe sere, e voci arcane
confondonsi all'orar dei discendenti.
"Morti parenti vicini e lontani,
vicini per memoria di pallori,
lontani e grandi pe' racconti istrani,
lucenti come antichi giostratori.
"Io so che battagliaste e foste crudi
cavalieri del buon tempo o predoni;
chi di ventura am cozzar di scudi
e chi gettar di sella empi padroni.
"Anche voi penso, visi arcigni d'avi,
che lavoraste provvidi la terra
e l'anime, che non fossero ignavi,
a' figli che ora dormono sotterra.
"La mente mia s' spesso smarrita
nel vecchio buio ch' duro e non ode:
voi seminaste il grano della vita
silenziosi lungo nere prode.
"Ma l'ignoto convien che or'io trapassi
per trovar di vostr'anime la sede;
e che avverr di me che i vostri passi
debbo seguir col piccolo mio piede?...
 Canto IV.
IL FOLLE SCEMPIO.
La creatura tenera posava
tra' colori del rifiorito prato;
ma un artiglio dal cielo s'allungava
e le rapiva il cuore appena nato.
Un'alba, ch'ei rammenta orrida e nera,
un urlo soffocante ud; pi nulla
dopo; ma rispondeva la severa
eco del vuoto, a quella sua fanciulla
e triste voce che implorava: - Mamma,
mamma, dove sei tu, perch non torni
a casa, dove te cerca la fiamma
della lucerna nelle sere e i giorni
passano agonizzando e desiando
te che non torni, che non sei pi viva?
Il padre nelle notti aspre vegliando
esausto quella triste voce udiva...
Il padre, imagin santa di dolore,
pallido sempre, magro, affranto, cupo,
stringeva quel suo figlio unico al cuore,
come sull'orlo bieco di un dirupo.
E il Figlio apprese dal paterno tremito
tutto il mistero della vita, il male,
il bene e vide e intese ad ogni gemito
paterno aprirsi un baratro fatale.
Un baratro fatale in cui la vita
giovane adulta e vecchia invan cercato
avrebbe la pi gran gioia fuggita
e l'amor primo che gli fu negato!
 Canto V.
L'ACCUSATRICE.
Tra i folti sopraccigli d'ispirata
l'occhio dell'Ava balenava arcano
dilaniando al padre l'angustiata
anima chiusa nel rimpianto insano.
L'Ava del padre era l'accusatrice:
"Tu la volesti quella donna sposa
e madre al Figlio che or ti maledice
ed a lei tende l'anima ansiosa...
Ei chiama lei che tu recasti un giorno
ignota, che tra le onorate mura
fece il male e fugg senza ritorno
e ci chiuse in eterna sepoltura..."
"Madre, madre - diceva il padre ansando -
io l'amava; io lo vidi sopra il fimo,
era un bel fiore, e sanguinai fin quando
tremante non lo colsi io per il primo;
io l'amava, io l'amava". "E l'ami ancora
e il figlio non sapr la tua piet -
l'Ava aggiungeva - il figlio che assapora
ora il desio di ci che pi non ha".
E il padre: "Il figlio!? Oh, egli  la mia delizia!
 l'opera per cui ancor mi stimo
degno di vita!" E l'Ava con malizia:
"Non  opera tua, ma fior di fimo."
E il padre ancora: "Ei tutto mi possiede;
lo salver!" Ma l'Ava con furore:
"Egli  lo schiavo: gli legasti al piede
la ferrea catena del dolore..."
 Canto VI.
L'INVOCAZIONE.
Il Tempo molto semin nel campo
che il male aveva devastato ed arso,
ma ogni passo suo come uno stampo
d'orme fonde il terreno ebbe cosparso.
Orme d'Ignoto secche, infruttuose:
e questo il frutto fu della ricolta;
ma il Figlio con parole dolorose
l'anima alla gran Madre ebbe rivolta:
"E fino a quando m'imporrai la pena
di tanto male che non feci mai?
E quando la tumultuosa piena
del mio deso tu liberata avrai?
"Oh, la brama di me, che nulla posso
 troppo vana! Io soffro come un pruno
a primavera nato lungo un fosso:
l'acqua non gli d mai riposo alcuno.
"Che desidero io? che posso, o madre,
o Natura, se come un giovin pesco
nato ai piedi d'un disseccato padre
ad aver frutti lotto e non riesco?...
"L'umore mio per troppe vie si espande;
e pur sento vicina primavera;
e altri giovani cingono ghirlande;
io non vedo che un'ardua chimera.
"Nelle notti o ne' meriggi quieti
lacrimo se mai riso odo fiorire:
cos penano i miei spirti secreti
non potendo, o gran Madre, maledire.
"L'intima essenza mia, ch'io leverei
come una face enorme or sul mio tetto,
da chi m'ama e non sa quel che potrei
tenuta  inferma in un penoso letto.
"Adolescenza, or come m'hai tu colto,
e dove! Adolescenza, fa' ch'io vinca
l'amore, il bene... e, poi che non m'hai tolto
il deso, fa che nulla pi m'avvinca".
 Canto VII.
L'ADOLESCENTE.
"Lasciami - disse un d l'adolescente -
lasciami, o padre: giunta  primavera;
presto ritorner franco e ridente:
una m'invita rosea chimera.
"Ritorner portando nelle mani
mie stesse a te la consolazione,
sopporterai per poco ora i lontani
ricordi; torner la tua ragione
"fresca come una fonte al mio ritorno;
tu sarai lieto di vedermi lieto:
della letizia ora  vicino il giorno:
gi termina l'affanno consueto.
" troppo fredda questa casa e piena
 per me troppo d'ombre e di mistero;
sono pallido, tremo in ogni vena;
voglio vivere; basta ora il severo
"volto del male innanzi a me costante;
combatter per la tua gioia, puro
ritorner, con l'anima esultante,
e guarder sereno nel futuro.
" in fiore, o padre, questo tuo figliolo,
 in fiore come un ramo;  primavera:
l'oro tuo bolle sciolto nel crogiolo;
tu desti il seme e fosti la miniera.
"Tu piangi? Io sento nelle vene il sangue
tuo che mi punge, che m'incita e corre
frettoloso pel mio corpo che langue...
Or questo istinto che mi vuol distorre
"al fato che mi stringe doloroso
all'ombra di quest'albero del male
fa che resti per me vittorioso,
e lasciami seguir la via fatale."
La vita lo chiamava; ma il suo frale
animo non sapeva la vittoria
di s contro di tutto; il nero male
che ricingeva la sua prima istoria
l'avea come serrato in una morsa
dilaniatrice; e l'unico suo grido
di rivolta alla sua vita trascorsa,
pel vento del destino, che a suo nido
respinge tosto l'aquilotto implume
o lo stramazza nella sua bufera,
si spense come un debole barlume,
e venne per lui notte innanzi sera.
D'intorno presto gli suon fatale
una parola che distrugge: Invano;
sent pi forte a s d'intorno il male;
tocc la porta e... gli trem la mano...
Chiamavalo nell'ombra una potenza
anche pi forte della sua chimera;
chiamavalo l'antica sofferenza
di s, dei suoi, tutto il dolore ch'era
da tempo cuore a quella mesta vita,
che aveva il corpo suo esile fatto
stanco e tremante, che s'avea rapita
sua gioia e aveva ogni vigor contratto.
"Oh, perch andare a vivere, pens,
perch farsi tradire ogni suo bene:
quegli che pi mi am pi mi rub;
ho paura: restare or mi conviene
"qui nella casa dove i letti bianchi
aviti accolser morbidi la testa
dei miei parenti doloranti e stanchi,
meglio restare nella casa mesta.
"Altri far per me; padre, sorridi,
il figlio  morto ad altri, al tuo dolore
si serba, con te resta, eccomi incidi
sulla mia fronte: Tutto per mio amore."
 Canto VIII.
CONSACRAZIONE.
Cos, tornando il Figlio alla memoria
del paterno dolore, la fuggita
brama vedeva come una vittoria,
alto elevando il primo inno alla vita:
"Dolore, che volesti incatenato
alle colonne del tuo tempio eterno
questo figlio per te creato e nato;
cos, come a' rigor primi del verno
"l'arbusto troppo debole soggiace,
fa' ch'io rimanga freddo sull'altare
tuo sacro in una invariabil pace,
n varchi della vita il limitare.
"Contempler questa profonda piaga
che aperto m'hai nell'anima dolente
fino alla morte, e mia volont paga
sar per opra tua onnipossente.
"Com'acquatica rupe, che una rete
dell'umor suo per lo suo corpo intesse,
pianger mi piacer senza aver sete
d'altro che delle mie lacrime stesse..."
 Canto IX.
PURIFICAZIONE INVERNALE.
Vola al suo nido l'anima mia quando
tornano i venti e tornan le tempeste;
ritorna lieto il mio spirito amando
smarriti uccelli e nevose foreste.
Poich l'anima mia selvaggia  tale
ch'ama natura per il suo dolore:
 uccello pigro che non batte l'ale
se non per fame o per estremo algore.
Con forte braccio e con fosca pupilla
semina il forte contadino il grano;
ma nella calma libera e tranquilla
lo tormenta una voce: - Invano, invano
Passer sulle sue zolle la morte?
Ei veglier per quei sereni campi
solo n udito; andr temendo forte
per orma che su quel suolo si stampi.
Di vincere il dolore ei si consiglia,
soffre e l'amaro dell'inganno beve:
di Morte, che del crudo inverno  figlia
si perdono le tracce tra la neve...
Verr la sera e l'anima dolente
avr riposo, avr suo nutrimento,
avr sua primavera: egli, che niente
sperava, di soffrir sar contento.
Ha visto alfine quello sguardo stanco
sua dolce moglie, suoi cari figlioli,
quanti dal suo laborioso fianco
pendono forti e giovani maglioli...
Soffiava il vento: io vidi ieri sera
due sventurati in cerca di fortuna;
uno era forte ed uomo fatto ed era
l'altro suo figlio: due anime in una.
Un lieto raggio nei grand'occhi avea
il figlio, il padre una mesta speranza,
ma, in cuore, forte volont gli ardea
per s, pel figlio, in intima esultanza.
Gi tutto bianco s'apprestava il cielo
a coprir l'opra de' seminatori
a nasconder di suo candido velo
anche la strada a que' due viatori...
Se morte non avr tronche quell'ale
faranno sosta forse a qualche pieve
fra molto tempo, in quell'andar fatale,
e pace dar loro un bacio lieve.
Al padre vecchio giunger la sera
il ricordo di sua vita lontana
e il cuor gli pianger nella preghiera,
s come piange a sera una campana.
Gli augelli sono da molto affamati;
da molto non ha stelle il firmamento;
ma un vecchio insegna a' bimbi radunati
e per la neve va l'insegnamento:
"Purificate nel candido inverno
l'anime vostre e se avverr che il pianto
v'irrori il volto, che rimanga eterno
questo ricordo, che sia vostro manto.
"E, quali dalla neve escono fiori
candidi, tali, dalla sofferenza,
sacre memorie per gli onesti cuori
e, per chi soffre, fior di pazienza.
"Di questi, che il dolore a noi tramanda,
chi ben s'adorna mai pi non assonna,
che, chi sopra il suo capo ha tal ghirlanda,
 di schietta bont ferma colonna."
 Canto X.
SPERANZA.
"Chi ti trad che in cuor suo non avesse
deso di te, che dar l'anima intera
allo sconforto livido potesse
senza piangerti, o provvida chimera?
"Nell'orto, sotto il bel fico verdino
sepolto  il fido cane, del mio cieco
avo, secura guida al suo cammino,
Fido, il bel cane attento come un'eco
"ad ogni cosa che alitasse intorno
al vecchio che guidava e che guardava.
Un d mor, non fece pi ritorno
a chi sperso nel buio lo invocava.
"Ora  sepolto a pi del fico e sopra
alla sua tomba le violacciocche
aprono liete alla festevole opra
dell'api, al sole, le dorate bocche.
"Tal sulla tomba del mio dolor primo
nascono i rossi fiori del ricordo
ed i fiori del male: io questa opprimo
anima mia nel tedio e il dolor sordo
"ritorna e torna il male e la tempesta
ancora ed io neppur vidi il sereno.
Meglio, oh!, guardar serenamente questa
orrenda piaga che mi sta nel seno!"
Cos pensava il Figlio che voleva
il ricordo del pianto cancellare,
mentre un mistero, che non conosceva,
lacrime gli strappava anche pi amare.
 Canto XI.
LA VOCE DEL MONDO.
"Udisti? Era socchiusa la finestra,
per un po' d'aria, udisti l'urlo immenso,
o Anima?, tutta la valle alpestra
dello spirito mio n'ebbe un intenso
"fremito! - Disse il Figlio che soleva
parlar sovente con l'anima sua
come un asceta in un deserto, e ardeva
d'una risposta. - Forse era la tua
"voce, sorella, - seguit - giammai
ella fu cos alta e s lontana!"
Ma l'anima sua pigra cui l'assai
dolor gi rese ogni virtude vana
non osava e teneva in s nascosta
la nota verit furtivamente.
Il Figlio avea nell'anima riposta
la pace sua perch gelosamente
quella sorella la serbasse intatta.
Ed ella era fedele; ma improvvisa
un giorno si lev, libera fatta,
come ancella dal primo amor conquisa,
e disse: "O Figlio, corri alle finestre,
tendi l'orecchio, vola sull'alture,
non temere il cammino aspro e rupestre,
e scruta intorno colline e pianure"...
"Udiamo insieme quest'enorme grido
che vien dal mondo che s forte chiama;
udiamo,  tempo; il solitario nido
nostro risplenda di pi degna brama
"che non la morte che non il dolore...
La nostra voce  piccola, fratello;
quella che udisti  strepito,  fragore
che non d requie: - Piglia il tuo fardello, -
dice la voce - ascolta, o tu che stanco
ti fermasti pensoso in sulla via,
 necessario che al debole fianco
non tanto presto riposo tu dia.
Fin'anco tu, che posi tra le care
braccia materne, al suon della diana,
un forte impulso non potrai frenare,
che ti sospinga alla famiglia umana... -
"O Figlio, quando tal voce s' intesa,
non siamo noi parenti di nessuno,
ma tutto e tutti l'anima protesa
agogna forte d'abbracciare in uno."
Cos l'Anima al triste adolescente.
Questi disse: "Il familiar distacco
io ben so che si compie duramente;
e gi mi sento ormai, nel cuore, stracco."
E quella pronta: "Ben tu gi provasti
il distacco; or convien che ti rammenti.
L'altra notte dal sonno ti svegliasti
tra riflessi d'incendio e tra dolenti
"tocchi della campana: al fuoco, al fuoco;
s'udivan gridi e strepiti lontani:
circonfusi in un gorgoglo roco
imploravano i tuoi fratelli umani.
"Or lo rammenti, tu, con quanto ardore
verso l'incendio t'affrettasti, e in petto
battere ti sentivi un altro cuore,
mentre il padre dicea: - Torna al tuo letto?... -"
...L'Anima tacque ed ecco ora le grevi
nebbie, che, intorno al monte della fede,
pareano eterne come alpine nevi,
vaniscono, ed il Figlio gi gi crede...
E sente nella sua stanca fibra ardere
foco novello e sulla cupa istoria
passata, i mesti affetti e il lungo piangere
se stesso aver la facile vittoria...
 Canto XII.
LE TRE DIVINIT.
Ed improvvise tre divinit
belle apparvero al trepidante Figlio,
che bevve con suprema avidit
dalle divine bocche il buon consiglio.
Parl la Libert con voce chiara
dagli arcani dominii del deso,
che tutto un cielo mistico ha per ara
cosparso dalle stelle dell'oblo.
Parl la Volutt con voce ardente
da' meati reconditi terreni;
e salian dalla sua gola ridente
profumati cachinni a' ciel sereni.
E apparve l'Ironia, la muta sfinge
dal riso ambiguo, dallo sguardo vario
che tutti afferra trascina e costringe
ginocchioni al suo freddo santuario.
 Canto XIII.
LIBERT.
Guardami! Sto nei rosei mattini
nelle limpide aurore ad ali aperte,
e degli arcani albori mattutini
tutte l'ebbrezze trionfando ho esperte.
Acciuffami: su indomiti cavalli
batto le praterie con pi sonante
e risveglio le addormentate valli
al clangore del mio corno esultante.
Pigliami: son la serpe smeraldina,
mi confondo col verde delle macchie:
il fischio mio dalla selva sconfina
prima del brontolar delle cornacchie...
Figlio dell'uomo, prendimi per te,
ch'io ti dar l'ebbrezza dolce ed acre
dell'egoista che vive per s,
che come serpe fischia alle pi sacre
cose, che una in se stesso ha serrata
gioia secura! Stringimi al tuo seno
forte, e la tua vittoria  consacrata
per ogni mare per ogni terreno.
Non temere: potrai stringermi presto:
quando tu voglia: basta che a me sola
apra le porte del tuo cuore:  lesto
il passo mio, nessuno l'ode, vola,
e s'avvicina a chi m'aspetta e aspetta
me sola al mondo per la gioia sua.
Combatti, vinci, chiama la diletta
tua sposa, chiama: e sar presto tua.
Cantami una canzone alta e sonora
come ad una divina ad una stella,
fammi udire la tua voce canora;
ma, nel cantar, ch'io son vergine e bella
pensa, ti prego, e il tuo deso sia breve;
convien che puramente tu mi chiegga,
e mi dipinga lieve, cos lieve
che l'occhio dell'ignaro non mi vegga...
 Canto XIV.
VOLUTT.
Guarda le serpi che al fiorir di maggio
tenaci s'avviticchiano bevendo
me, che nel sole nell'odor selvaggio
delle rinate piante sto fremendo.
Pensa l'amplesso del primo uomo, nelle
selve intricate in un pi largo amplesso,
con le membra per me fatte pi snelle
con l'animo che non crede a se stesso!
Pensa le ondine dell'antiche et,
ricurve sopra il mar curvo su loro,
chiamandomi per nome, - Volutt -
correr tutto il mio liquido tesoro.
Senti la carne tua, come una pina
serrata e gi matura, desiare
sparger suoi frutti, senti la divina
ebbrezza di potermi conquistare!
Tutti m'amano e tutti mi desiano;
tutti la gola mia trepida chiama,
e sopra il seno mio tutti s'obliano:
credimi, o Figlio, anche il Dolore m'ama.
Dammi la mano, o Figlio adolescente,
scorri le carni mie alabastrine,
toccami tutta libera e fremente,
bacia queste mie labbra porporine;
Chiamami, adolescente,  nato aprile:
io per i cieli giacer con te:
nell'azzurro fra l'aria alta e sottile,
pensa, morire ti far per me.
 Canto XV.
IRONIA.
A Giulio De Frenzi.
Canta canta, o segreto odio alle cose
che mi tennero fra due precipizi
sospeso, fra il dolore che m'impose
la sorte, e della vita i rosei inizi,
canta canta, o crudele aspra Ironia,
che mi cingesti il capo di ghirlande
di fiori, se la mesta anima mia
per il troppo dolor si sent grande.
O Ironia, tu squillami vicino
il breve fischio della tua vittoria.
Tu puoi: gi gi si muta il mio cammino,
gi per me chiusa s' la prima istoria.
Forse ora andr per pi aspri sentieri
che non fossero quelli del dolore;
ma tra pi degni ma tra pi altieri
simulacri si sperda il mio vigore!...
Ed ora io vengo franco al simulacro
aureo tuo dai piedi fiammeggianti,
e la tua fiamma mi sar lavacro,
sostegno gli occhi tuoi vitrei bucanti.
A te consacro la ragione mia
gi logorata nel servirti, e tu
benda quest'occhi, ch'io segua la via
lieto nell'ombra, e non ragioni pi.
Io seguir le voci che m'invitano
fioche nel buio del selvaggio istinto,
e andr dove le mie brame m'incitano
finch non abbia il desiderio estinto.
Oh, Dea, io bevvi assai del tuo veleno:
viver non seppi n potei morire:
e, stanco di penare, dal sereno
tu, Dea, m'obbligasti a rifuggire.
Oh, il florido tuo seno  pietra che arde,
ma le querele tue son dolci canti;
straziano le tue gioie bugiarde,
ma le lacrime tue son diamanti.
Oh, lungi, del gran fiume della vita,
fresco di verde fiammeo di fiori
fluido di sua possa ampia infinita,
odo il fragore che rialza i cuori.
Tu in esso regni: e va presta e diritta
la barca tua per le volubili onde:
e ogni cosa che in fondo sta confitta
togli e rigetti sulle verdi sponde.
O Ironia, tu sei la vita istessa,
e se tu sei amor, vita  amore,
ma l'anima secreta mi confessa
che sei dolore e che vita  dolore.
 PARTE SECONDA
A G. S. GARGANO.
 Canto I.
INTRODUZIONE.
O tu che vivi in dolce solitudine
col tuo lavoro, con la tua famiglia,
dirti del Figlio, nella moltitudine
delle genti, la mente or mi consiglia.
E tu che sei tra' mille d'un ufficio
d'immensa vite esausto magliolo,
assaggia del mio dire il beneficio:
dir del Figlio che fra tutti solo
fu come goccia d'olio in tutto il mare,
del Figlio che vers lacrime amare
per non potersi agli altri amalgamare,
cotanto il suo voler fu singolare.
Tutto volle assaggiare immerso nella
fiumana umana dolorosa e folle
per il deso di un'anima sorella
o impulso di sue giovini midolle.
Come polipo bevve da infinite
spire: maligna serpe non invano
trapass ignaro tra genti assopite
in un incanto lubrico ed arcano.
Ma sempre, aquila invitta, il suo pensiero
trasse lo stanco corpo in alto, solo,
finch pens dal solito sentiero
degli uomini spiccare un alto volo.
 Canto II.
ALL'"URBE".
Poi che il dolore lo dom siccome
il verno doma gli alberi precoci
e rese adatto alle pi dure some,
la vita lo chiam con mille voci.
Ei vol presto alle pi ardue cime
del desiderio e la sua volont
fu come il maglio che il vitello opprime:
e venne all'antichissima Citt.
Era come notturno pellegrino,
che per ogni barlume si rincora,
che trovi nell'ignoto suo cammino,
per desiderio ch'abbia dell'aurora.
Era uno che di briciole si pasce,
tanto gli preme mantenersi in vita,
un che la storia sua, fin dalle fasce,
ha nella mente ferrea scolpita.
E la Citt che fu ricca ne' secoli,
l'imperitura, la mente, la legge
di tutte leggi, che crearon gli uomini
eroi che ora l'uomo novo elegge
per dimora ideale, apparve a lui.
Ed ei che al Fato la tremante mano
stese n seppe lo travaglio altrui
vide subito il riso e il pianto umano.
In un mattino limpido gli apparve
l'Urbe serena s ch'ogni splendore,
ogni calore, ogni vita gli parve
che ardessero in quel sempiterno cuore.
E dalle sue mille fontane uscia
fuori il suo riso ritmico e giocondo:
chiara e fresca letizia in armonia
col pi sereno palpito del mondo.
E su' volti marmorei degli antichi,
che vivono la loro eternit,
ardeano come fiori sempre aprichi
gli ultimi segni di lor volont.
S che a lui parve, entro sue ferree mura,
Roma ancor viva, che non mai sopita
fosse sua forza sempre duratura,
e ne' suoi mausolei pur fosse vita.
E disse pronto a s: Qui la pi forte
vita ti aspetta e all'ombra dei colossi
ti sar dato vincere la morte,
vedendo col pensier gli eroi riscossi;
e ricordando lor filosofia
ti sar dato incatenare il grave
dolor sopito, una serena via,
nella fortuna, aprendo alla tua nave.
 Canto III.
LA FOLLA E IL FIGLIO.
- Dove corre quel tuo cavallo indomito?
Ferma; qui non son verdi praterie:
scendi; in riga: cos, gomito a gomito:
questo luogo non  da scorrerie... -
- Chi mi parla? Ah, sei tu, Folla? Discendo
dal mio cavallo; eccomi pronto. In riga?...
Mi piaci, o bel serpente, e mi distendo
sulla tua schiena, che discioglie e intriga. -
- Io non intrigo che me stessa e tu
non puoi restar fuori di me: nascosto
anche tu tra le mie squame, quaggi
nella selva degli uomini,  il tuo posto. -
- Nella selva degli uomini? Che frutti
ci fanno? Ci son fresche ombre, riposi
e ripari alle bufere per tutti?...
Per il cavallo mio pascoli erbosi?...
- C' il bene e il male, quello che s'adora
e questo che si fugge; il tuo ronzino
guadagner quell'erba che divora:
l'umanit non bada al suo destino.
- Il mio cavallo? Egli  la mia speranza;
 la mia fede! e sotto l'ali ardite
riscalda la mia giovine baldanza,
serba le torve mie furie sopite... -
- Ed io ti dico che non vidi mai
ronzino tal che non fosse molesto.
Stringiti a me; se tu rimpiangerai,
io ti dar l'oblo dell'uomo onesto. -
- Tu dunque sei pi forte della fede,
se il tuo parlare  veramente schietto;
ma la mia giovinezza ormai ti crede,
se pure non t'intende, o serpe...; accetto! -
 Canto IV.
LA FOLLA.
Spiriti innumerevoli, vestiti
di febbre ei vide, entrato nella selva,
all'ombra di chimere istrani riti
celebrare con grandi urli di belva.
Passioni innumerevoli parate
d'oro e d'argento o infioccate di neve,
presso ad altari o per terra sdraiate:
- ognuna ci che agogna avida beve. -
Alcuno, per toccar la verde cima,
sull'albero di sua fede s'affanna;
scabroso  il tronco, ma la vetta  opima
dell'agognata e saporita manna.
Perci talora l'albero s'arrossa
di carne e sangue e i corpi abbandonati
tra le radici trovan queta fossa:
concio provvido per altri affamati.
Alcuno, che non mai tocc la pianta,
tali frutti ha dell'odorosa chioma,
che ghigna allegro: Io son padron di quanta
gente non tocc mai s dolci poma.
Eppure tutta l'umana corrente
verso la foce monotona va;
eppure  fiume di lava bollente
che il fuoco solo tener viva sa.
"Vuoi tu veder le parti di sua vita?
Guarda, lungo le rive, quanti massi
per osservare.  forse intorbidita
la vista tua, che i fondi anche pi bassi
"non scerna? Bada, veh, che non t'abbagli
quel tremulo brillare incandescente;
scruta bene e vedrai come s'agguagli
ad una stilla tutta la corrente.
"Ecco, vedi costui che tal s'ammanta
di candore? Egli serve la Virt,
e pur godendo egli ha tristezza tanta
che ormai detesta il mondo di quaggi.
"Odi quei, che ha la bocca ancor macchiata
di volutt bevuta a tante coppe:
- sete avevo e Virt ne fu sdegnata,
ma Volutt m'offerse le sue poppe.
Che mal s'io bevvi latte sempre dolce,
che or mi stucca? se la virt i cigli
timida abbassa e nel suo grembo molce
la vana arsura solamente ai gigli? -
"Odi quest'altro: - O gente ingrata e stolta,
io, per mangiar lupini, a tutti gli usci
mi raccomando!... - Ei grida e non si volta,
vedi?: c' un altro che raccatta i gusci.
"E quello mangia carne fresca e gode
la grazia di coloro che dal piatto
sudicio tolgon gli ossi e cantan lode
a viva voce, per tenere il patto...
"La vita  vita, o Figlio, e non idea;
l'Umanit si lecca il barbazzale;
la Folla se ti piace amarla,  dea
sempre occupata e non ha cura d'ale..."
Ebbe cos lo Spirito parlato!
Il Figlio disse: "Io sapr farti queto,
o spirito, e spegnendoti l'innato
orgoglio, ancora io sapr farti lieto!"
"Vuoi farmi lieto? E pensi ad altri? a tutti?...
O Figlio, o Figlio, io so che non potrai
d'alcun amor gustare onesti frutti
se di mia mano non li accetterai..."
E il Figlio allor taceva, ripensando;
ma d'improvviso: "Odi le grida ardenti?
La Dea trionfa! - Ma l'altro scherzando:
" il vento che raduna i suoi lamenti!..."
 Canto V.
IL TRADIMENTO.
I Sensisti dicono che l'anima non  spirito;
i Socratici credono all'immortalit dell'anima;
l'anima di questi  spesso lo spirito di quelli:
Questi e quelli, non ostante, pongon l'anima fuori del corpo;
Ma per ambedue lo spirito  anche facolt di pensare:
 intelletto, sentimento, fantasia; cio facolt corporea.
Quindi io potrei dire per ipotesi:
Il mio spirito va in cerca dell'anima mia.
Or che mi resta, o spirito, or che m'hai
spento la fede nella fede altrui?
Or che mi resta se non potr mai
liberarmi dal dubbio in cui gi fui?...
Tu dunque m'hai serrato alla catena?
Io viaggiava sopra il mio destriero,
verso una plaga ignota ma serena;
e, sperando il viaggio pi leggero,
mi volli accompagnare ad altra gente
e il mio cavallo mi lasci con essa.
Ed ora giaccio qui miseramente
ch'ho abbandonato quella gente stessa.
O spirito, io lo so, tu sei la scaltra
femmina che m'incanta e mi travia,
io sento che tu mi nascondi l'altra
regolatrice della vita mia:
l'Anima quella vergine custode
della quiete nostra, che ogni mano
protesa vede ed ogni lamento ode,
lei che ho cercato sempre invano, invano
Io torner fra gli uomini per essa
che si nasconde nel comune affetto;
io la ritrover: me lo confessa,
o spirito, anche il tuo mutato aspetto.
 Canto VI.
IL POLIPO.
Il mio pensiero, i miei spiriti, l'essere,
i sensi, i nervi miei, l'istinto un avido
polipo sono, che, per tutto intessere
entro sue spire,  contro a tutto impavido...
Oh, come io stesso tremo innanzi a lui!
e come egli m'avvolge in tra sue spire!
Che agogna? Che dimanda? Io mai non fui
capace di poterlo anche ammansire.
Talora nella sua stretta mi dice;
"Dov' l'anima tua, l'anima nostra,
dov' la sola mia dominatrice?
Tu la nascondi? Perch non si mostra?...
Ed io tremando grido: "Lascia, lascia
dammi la pace!" E quello ancor s'avventa
contro ogni cosa, finch non s'accascia
brutale enorme e pur non si contenta...
 Canto VII.
L'ANIMA.
Anima, o tu che ben vedi il martirio
della mia lotta e sai che mi travaglia
s che la mente in preda del delirio
par chiusa in un fragore di battaglia;
anima, or doma tu questa mischianza
dolorosa di dubbi e di pensieri,
s che questa mia vita in esultanza
percorra i tuoi purissimi sentieri.
Deh, anima, qual' la parentela
che ci lega e qual vincolo ci unisce,
se tua presenza non mai si rivela
ed il cuore in cercarti inaridisce?
Ognun che gode del tuo bel sostegno
mi dice: - Ella sta fuori di noi stessi,
ma s'avvicina pronta a chi n' degno
e lo delizia de' suoi dolci amplessi. -
Tu dunque resti ferma inconturbata
anche se l'esser mio s'agita e freme?
O anima, tu dunque non sei nata
col mio corpo ed il mio spirito insieme.
Ma se nascesti insieme, or dove sei?
come ti sei staccata dal mio petto,
se un d, sopravvivendo ai giorni miei,
nata per me, vivrai per tuo diletto?
O le religioni hanno disfatto
un cerchio eterno di vita e di morte,
violandoci un nostro mutuo patto
ch' della nostra volont pi forte?...
Ma io ti cercher, mia dolce sposa,
forse implorante nel mio stesso seno:
ch'io voglio per la mia vita sdegnosa
anima ferma e spirito sereno.
 Canto VIII.
UN'AQUILA.
La porta della chiesa a mattutino
era una striscia di luce dorata.
La nonna spinse innanzi il nipotino
cautamente e poi ch'ebbe segnata
a lui e a s l'innocente persona
s'inginocchi, tra gli uomini, nel fondo.
Era il giorno dei Morti, una corona
di memorie e di fiori era sul mondo.
Cantavan tutti; ognuno un lume aveva
Il bimbo si tenea le mani al viso
come la nonna: ci che non sapeva
egli vedea; vedeva il paradiso...
"La mamma rivedr forse... tra poco, -
egli pensava - mamma, sei vicina? -
Il canto si facea sempre pi fioco
per quegli orecchi:... - Mammina, mammina!
"Vedi, la nonna prega per te, sai,
nonna, o nonna, preghi per la mamma?...
"S, prego - quella disse, - se sarai..."
Ma negli occhi di lei brill la fiamma
della candela pi vicina. "Zitto:
prega: la riavrai!" Ma singhiozzava
e tacque stretta al cuore suo trafitto,
per un singulto che la soffocava.
Usciron dopo uniti alla severa
turba: uomini tristi e donne lente;
prima le donne coi bambini a schiera,
gli uomini poi dolorosamente,
a salutare i morti al camposanto:
i lumi all'aria s'eran fatti gialli;
dal piano ai monti un doloroso incanto;
nell'aje bigie piangevano i galli.
E al camposanto altri canti alti e lenti
e la mesta campana unita in coro:
da per tutto la voce dei viventi
e il silenzio dei morti in un con loro...
Il Figlio questo rammentava un giorno,
il d dei Morti, solo, tra la folla
dell'Urbe, in un tramonto, in un ritorno
dal cimitero, tra la folla - polla
d'acqua viva, che uscendo da ruine
libera all'aria, subito desia
l'andar perenne, chiusa in un confine
di verde, per sicura correntia -.
Pensava il Figlio: "O morte, la tua voce
cupa ha fatto tacere altre querele
assai vane, assai vuote; il Fato atroce
con cui tu soffi alle infingarde vele
"di questa grave barca ch' la vita
ora gagliardo spira. Quanti volti
pallidi! Quanti dentro hanno sentita
la voce: Pochi vivi e morti molti!
"Oh, le vane querele! Chi ti chiama,
umanit? Chi crede che tu intenda?
Chi crede di conoscer la tua brama?
Umanit, chi crede che tu ascenda?
"Io da bimbo vedevo il paradiso,
il mattino dei Morti ed imploravo
chi non ritorn mai al mio sorriso;
la nonna mi dicea, prega; e... pregavo.
"Anche tu, come me piccolo, credi
alle preghiere vane e il tuo cammino,
bendata, verso ci che neppur vedi,
segui e la fede t' fermo confino.
"Fermo confino in un'angusta valle
dove la nebbia a te para le cime,
dove ci che mal giunge alle tue spalle
per te gi spicca il volo pi sublime.
Oh, la malsana valle di tua fede
un'aquila non attraverser,
un'aquila che  cuore che non crede,
un'aquila che  spirito che sa.
"Piuttosto in alto, la trionfatrice,
un canto gracchier vero e mordente,
perch tu intenda quello ch'essa dice
e impari, se non ti parr demente:
- Visto ho dall'alto dell'impero mio
cadere un uomo presso ad una tomba,
son corsi tutti e son volata anch'io;
mi cacciarono e ancora ne rimbomba
tra terra e cielo l'urlo di spavento.
Lo volevo levare alto nell'aria
quell'uomo, quasi fino al firmamento:
posarlo su una vetta solitaria...
Egli m'avrebbe dato il suo cervello
e, finita che avessi la mia guerra,
sarei morta sul petto a quel fratello;
ma gli uomini l'han chiuso sottoterra. -
 Canto IX.
LA VITA DELLA MORTE.
"Come nell'acqua tremula ogni cosa,
che in fondo sta, squilibrasi ed ondeggia,
cos tutto che dentro me riposa,
appena penso, mal fermo vaneggia.
"Sulla mia fronte appare il mio tormento?
I segni della mia lotta gi sono
palesi? Allora vi dir che sento
per me vicino l'ultimo abbandono.
"Io tremo d'ogni verit che scorgo!
Voi che mi amate e che mi compatite,
voi cui la mano trepidante io porgo,
e sospirando il polso mi sentite,
"sappiate ch'io dovrei sacrificarvi
ad ogni picciol vero! Adunque amate
ancora l'abil vostro camuffarvi,
o genti per bisogno adulterate!
"S, voglio ormai tentar l'ultima prova:
non vo' guardar pi nulla a viso aperto:
volgermi indietro sento che mi giova;
amer ci che morte ha ricoperto.
"Antichi, a voi ritorner aspettando
che morte mi trasporti a' vostri mondi;
e intanto, voi gi trapassati amando,
avr dal Tempo giorni pi giocondi."
E lo spirito suo l'ombra si finse
d'un antico pagano; vagol
vivendo di ricordi e si costrinse
a viver d'una morte che agogn.
E dei pagani miti e dell'antiche
muse divenne diligente alunno:
cant gli eroi, cant le piene spiche,
cant di Bacco e del ferace Autunno.
Fu per un poco il professor poeta
che tra gli scavi fa correr la rima,
come il ragazzo andar la sua moneta
nel salotto e buon guidator si stima.
Ma per l'anima sua, ch'era sincera,
la giostra allegra fu presto finita;
e del suo cuore scintill la spera
poi che la Morte gli mostr la Vita.
 Canto X.
AUTUMNUS.
La madre Terra dai capelli d'oro
dalle viscere pregne di sementa,
la giusta madre, aliment il canoro
stuolo dei figli di sua poppa aulenta.
E poi guard col vigile, ansioso
occhio il loro bel corpo che fioriva.
Era di sangue e latte il sinuoso
corpo dei figli, s che il sangue apriva
con vivi solchi, la carne fiorente;
carne fiorente che ogni solco apriva,
in tante poma s ch'ebbe l'ardente
campagna la fecondazione estiva.
Le membra poma e messi i bei capelli!
Al miracolo, stridulo il serpente
accorse; salutarono gli augelli
il nuovo dono splendido e fiorente;
ognun si sazi dei bei colori;
ognuno prese sua parte garrendo;
l'aria fu piena di fervidi odori;
sotto cielo, nessun vegli temendo.
E quando poi col suo verde apparato
confuso nessun frutto pi rimase,
accorse l'uomo di bell'armi armato,
emp le corbe e ne pien le case.
L'uomo che coglie e provvido raccoglie,
l'uom che lavora e poi semina i campi
e che tralascia un seme tra le foglie
perch l'augello nell'inverno campi.
Emp le case e sulla radiosa
e calma fronte che bagnata era
pass la mano sua laboriosa
e coi figli cant questa preghiera:
- O Madre Terra, noi che siamo tuoi
figli, siccome l'erba e come i frutti,
perfino a quando aggiogheremo buoi
ti adoreremo, giusta Madre, tutti.
"Madre natura, come nel tuo cielo
nessuna nube mai copra le stelle
se non a tempo, cos nessun velo
le nostre copra mai speranze belle.
"Il dolore lontano da noi caccia,
ardente estate sempre in noi rinnova,
o madre, o madre, finch a te non piaccia
aprir la via per un'estate nova."
 Canto XI.
LA MORTE DI CATONE.
"Libert, libert; son di me stesso
sono ora mio; seguita Platone!"
Giacea disteso il bel padre indefesso
alla bronzea parola all'azione,
sopra un letto per l'ultima sua notte.
Utica il mar battea presso sonante,
eco non ancor tacita di lotte
estreme, quasi vate alto esultante
intorno intorno al gesto del divino.
"Parla, Platone, seguita, Platone!"
E Platone: "Da te stesso, o meschino
"uomo, non uscirai dalla prigione
"del corpo, senza un ordine supremo."
E Cato lasci il leggere ed attese.
Cantava il Mare, il dio mare, l'estremo
vale ed il padre sorridendo intese.
"Libert, libert, disse, o il pi libero
dio, tu or m'insegni a perseguire.
O dio, il pi tranquillo e il pi volubile
per tua libert sempre conseguire,
m' caro udir la tua voce nell'ora
suprema dell'instabil vita mia;
e seguir la tua voce sonora
che dice - Morte libert ti dia -."
E, come udisse palpitare il mondo
intero, nel suo cuor forte d'antico
tenne un istante il calmo occhio profondo
fisso alla vision del suo nemico.
Le cesaree vedea bianche galere
pronte alla volont del vincitore;
il mondo attento alle ribelli schiere;
le mani tese a quel trionfatore.
E disse: "Di due cose tema Cesare:
del popolo che a Roma applaude e langue,
e di Catone che non seppe vincere
e che avr s, ma immerso nel suo sangue."
E poi che il primo gallo ud cantare,
quasi insieme col giorno, egli sentisse
la libert, la vita anche esulare,
tolse la spada e al ventre si trafisse.
E poi che tutta non fugg la vita
dal corpo gi convulso egli, demente,
colle mani sue stesse, la ferita
anche pi aperse inesorabilmente...
Spuntava l'alba e Cesare arriv
lucente d'oro per lui perdonare;
ma l'aquila il cimiero suo lasci
per quell'anima in alto accompagnare.
O uomo, quando tu vuoi, come puoi!
Ci che ad Utica volle quel divino
lo seppe il mare che nel fondo a' suoi
gorghi lamenta ancora il suo destino.
E dice, cupo: O mia forza, o furore,
o violenza, o rabbia, sar
tremenda la mia sorte se il mio cuore
per nessun uomo un d palpiter.
 Canto XII.
UOMO.
O uomo, quando tu vuoi, come puoi!
Tutto t' schiavo anche il Tempo e la Morte;
anche natura, con i figli suoi
elementi, anche il fato, anche la sorte!
Uomo! Ma quant'uomini, fra tanti?
quanti vittoriosi sulle leggi
degli uomini, di dio, del nulla; quanti
solitarii ne' consueti greggi?...
O Morte, io ti credea consolatrice
col pane della tua storia, e m'accendi,
e m'infiammi, e m'esalti, anima ultrice
di ci che fu, e la face mi protendi!...
A questa creatura? a questo mio
braccio tremante? Vuoi tu ch'io ti creda?
Vuoi che m'affidi a questo piccolo Io?
o di me vuoi tu fare or la tua preda?
Confessami, o misteriosa amante,
che dentro me non sono che parvenze,
che l'essere mio debole e tremante
fatto non  per valide potenze;
ma per soffrire d'ogni cosa grande,
adorator di gesta non compiute,
dubitante su inutili domande,
schiavo di verit non conosciute...
 Canto XIII.
LA BELLEZZA.
E nelle pi bell'opere passate,
sperando pur nell'agognato oblo
s'immerse; ed anche tra l'inanimate
forme, pi alto crebbe il suo deso.
Un potente fantasma di conquista,
una vittoria eletta e sovrumana,
vestita d'una fiamma non mai vista
apparve a quella mesta anima vana.
E s l'accese ancora di speranza
ch'ei l'affront, come un dominatore
una schiava bellissima, in sembianza
sdegnoso, e insieme con ardente cuore:
"Bellezza, d'un eroe valida schiava;
Bellezza, del miglior volgo padrona;
io non t'adoro come usa l'ignava
folla che intorno t' fredda corona.
"Io so la tua potenza e ti vorrei
costringere soggetta al mio pensiero:
io so che meglio non lo sposerei
e tu avresti un impavido destriero.
"Io t'agogno per una mia conquista
che non so, ch' nel mio pensiero in germe,
o spada ch' abbarbaglio ad ogni vista,
o possa immensa a questo braccio inerme.
"Forse tu mi darai quello che agogno,
perch una fede in petto ora mi sta:
Con te si chiuder forse il mio sogno
fatto di vane brame e d'ansiet..."
 Canto XIV.
L'INCONTRO.
Il Figlio - e pur, sull'agile destriero
di Lussuria, gi molto avea volato, -
nel solitario e frigido sentiero
di sua vita, una donna ebbe incontrato.
Ei procedea ricinto di sanguigni
fiori le tempie ed ilare scansava,
nell'andar lieto, gli angui aspri e maligni,
e una canzone semplice cantava:
"Per i giardini del piacere andiamo
cauti cogliendo fior prossimi e facili.
Noi per le spine tue non sanguiniamo,
o casta rosa, o fiore antico e inutile".
E tutto gli assentia pronto d'intorno
o tacea chiuso dentro il suo pensiero:
le cose lacrimevoli d'un giorno,
e quelle a lui vicine nel sentiero.
Ma or le due mestissime pupille
erano assorte come ad implorare:
"Vedi, per te gi pronto abbiamo a stille
un dolce pianto, lasciati fermare;
lascia lo scherno, credi a queste mani
buone, che portan vivida un'idea,
che tu non sai, che gli occhi tuoi profani
non videro..." Parl mesta la dea
umile. Parve allora a lui vedere
la fine di suo tempo tormentoso,
e un'alba chiara, e tutte le severe
chimere andar nel cielo nuvoloso,
come fastidiosi corvi in branco.
E la quieta ancella antelucana
le braccia rilasci lunghesso il fianco
e prese a favellar soave e piana:
"Io sapr la tua pena aspra addolcire:
debole mano  questa ch'io t'ho prto,
ma che sa contro il mal bene infierire:
ecco la mano mia per tuo conforto."
Ella splendea di limpida dolcezza;
egli guardava quella non mai tocca
belt, tremando in una nuova ebbrezza...
Ma la baci con la maligna bocca.
Di tutti i sogni e di tutti i misteri
profanatori, in bacchica esultanza,
a lui vicino i folli desideri
s'eran raccolti in un'oscena danza...
E quell'umile dea, non come fiore
che piega al vento, ma che al primo sole
s'imperla, lacrim per troppo amore...
Ancora ella odorava di viole.
 Canto XV.
IL LAMENTO.
O anima tradita o sacre vene
di nobil sangue da me avvelenato,
fioriscano entro voi, per tante pene
quante vi dette il mio cuore assetato,
tanti fiori virginei d'oblo.
Dimentica l'ignaro che ti pose
la mano tra' capelli e il luccicho
di tue pupille fulgide e pietose
non vide, o donna che sperasti invano,
candido fiore innanzi a cui tremai
per ci che sospingeva a te la mano
tremante e pur tremando violai.
Ho visto tra le nubi minacciose
un po' d'azzurro, ed ora  disparito:
ho visto di fra rupi paurose
quieto un praticel verde e fiorito,
ed ora il triste mio fato mi chiama
lungi da quello. Ma ben so la via
che a lui conduce: l'assetata brama
distruggitrice un giorno avr alla mia
biga aggiogata e il palmo della mano
le guide stringer di sua follia:
e allora, pel tuo bacio sovrumano,
o donna, voler la virt mia.
Tu nell'azzurro stai or come santa;
l'anima tua conosce il verde e i fiori,
le limpid'acque e di quelle s'incanta
lungi da' miei fastidiosi ardori.
O pura, o pura sposa delle pure
cose, non ti scordare dell'Ignaro,
di me, che nelle tenebre pi scure,
ripenso il faro tuo vigile e raro.
Un d verr che all'anima tua buona
berr la mia con timido sorriso.
- Tu vincerai! - Nel cuor gi mi risuona
la lieta voce e accendesi il mio viso.
Ma ancora la diserta Anima mia
si perde dietro a futili chimere;
io non la sento presso a me: la via
ha perduta tra orride scogliere.
Ma la raggiunger qualche mattino
a' primi albori, a mente fresca, e al braccio
mi legher lo scarmigliato crino:
ella un d verr meco stretta in laccio.
E allor ti rivedr, corolla aulente
d'onesta pianta per il sol fiorita,
allora che avr visto l'oriente
apparir nella notte di mia vita.
 Canto XVI.
LA CARIT.
E un giorno disse: "O Carit, la mano
dammi, dove tu vuoi, portami teco;
fammi pianger dinanzi al pianto umano
e il mio dolore non sar pi meco."
Disse la Carit: "Vo' che tu sia
puro s come polla d'acqua viva,
che chiama con sua dolce melodia
chi muor di sete, e di sua morte viva."
Nell'urbe, come in pozza lutulenta
viscidi rospi, Miseria e Dolore
tenevano la folla sonnolenta
nella lunga agonia di lor torpore.
E il Figlio, per deso di contentezza,
and cantando insiem con altri buoni,
trasfigurati da una nuova ebbrezza,
di Carit le mistiche canzoni:
"Andiamo a' sofferenti in volto lieti,
tendiamo lor nostr'anime e le mani,
sapremo noi gli affanni pi segreti,
le piaghe dei fratelli nostri umani.
"Se noi godiamo, il nostro gaudio vuole
che intorno a noi non siano acerbe pene,
tutte le piaghe altrui mostriamo al sole
che le confonda con il nostro bene.
"Fratelli miei, cui la sinistra mano
del fato strinse all'arruffate chiome
e strascic nel fango urlanti invano,
gi voi per voi troppo pesanti some,
"s'io non vi intesi mai, s'io non vi vidi
fin'ora in vostro misero travaglio,
non posso pi che tutto or non vi gridi
l'amor vano di me, che mi fu abbaglio."
E nel suo schietto cuor nasceva il dolce
effluvio della nuova impresa umana.
Carit con amor virgineo molce
il pianto altrui: chi la segue risana.
Ma il Figlio, che non fu mai s leggero
n felice cos che galleggiasse
come sughero sul mare del vero,
anche dal cieco bene si ritrasse.
Una domanda gli era sorta in cuore,
ghignante come un occhio di sparviere:
- l'altrui dolor mi tolse il mio dolore;
ma che mi dette per il mio piacere? -
La Folla rispondeva, con rancore,
cupa e fatale nel suo gran volere;
- Per tuo piacer mi togli il mio dolore;
ma che mi porgi per il mio piacere? -
 Canto XVII.
IL PANE.
Chi era suo compagno, nella via,
tra la folla? Una donna a capo chino,
lacrimando, implor con voce pia.
Chi era suo compagno? Era il destino?
Ei disse: "Quella che ti ha chiesto: pane;
e che per gli anni gi tutta si china
non fu sempre pensosa del domane
or chiede pane e molta ebbe farina.
"E m'apprese, ragazzo, il pio lavoro
del lievito a impastare a infarinare
a intridere ad amar la fauce d'oro
del forno, negl'inverni, all'albeggiare.
"Quando albeggia d'inverno e che la neve
il giorno affretta e tu vigile il forno
scaldi contento prima che la pieve
mandi la sua preghiera chiara attorno...
"E la sera che fino ad assai tardi
rulla lo staccio nella pia cucina
e tu nel letto chiudi gli occhi e guardi
e vedi inargentarsi la mattina,
"e tutte vedi nascer le delizie
dolci di quella mistica fatica,
e godi d'esser uomo e la canizie
dei buoni vecchi par ti benedica.
"Io mi consolo, come d'un suo nido
quieto augel ramingo si consola,
di quel ricordo non lontano, e affido
a quelle cose l'anima mia sola.
"Il pane io seppi fare a maestria
quand'ero giovinetto: il lume a mano
pendea dal palco nero sulla mia
opera mattutina; non invano
"cantato aveano i galli all'aje brune.
Nude le braccia e nudo il collo ardevo
a intridere, a impastare, a far lacune
tra la farina che vi sommergevo.
"Tutta la madia una gran pasta empa
ch'io lavoravo con le braccia forti
e poi battevo ed assodavo e via,
segnandoli con la croce de' morti,
"i pani preparavo per il forno.
E una ragazza bionda, pronta e accorta
li disponeva all'asse torno torno.
E l'opera venia dal lume iscorta."
 Canto XVIII.
IL FESTINO.
"Io voglio - disse un giorno che la gente
tutta godeva intorno - io voglio ora
provar l'oblo dell'anime contente:
del male il mio cuor troppo s'innamora.
"Fammi godere, o serpe del tripudio,
menami dove il tuo fischio  canzone;
il mal che mi ricinse ora ripudio,
l'ebbrezza mi dar consolazione...
"Ecco, vedi, io ti seguito fra i neri
abiti: l'ugual veste del piacere
elegante ho indossato; ora i severi
festini siano esca al mio godere.
"Poich fin'anco la Virt stasera
vestita  onestamente dcollete,
il Vizio mostrer nuda la nera
schiena, come al dio sole etiope re!
"E allora almeno te godr, o sacra
nudit, che sognai e che non vidi
abbastanza: m'avrai schiavo: consacra
sul talamo tuo d'oro il Figlio: ridi!
"Canta canta, o preludio d'ebbrezza,
inno alla nudit pura e divina;
per lei in trionfal naturalezza
ogni anima a goder lieta si china."
Ma il Figlio, gi lontano ormai da te,
o societ degli uomini pensosa
d'ogni tua piccolezza, non pot
tornare senza faccia dolorosa.
E tu sommessamente: "Egli godere
non potr mai: star sempre tra noi
come un morto tra i vivi: egli tra nere
ombre vivr, ch troppo adora il poi..."
 Canto XIX.
IL CONGEDO.
E il Figlio non torn pi tra la gente
se non tardi, assai tardi: era il suo volto
mutato; le pupille erano intente;
ed il corpo in gran calma era ravvolto.
- Che rechi, o Figlio, cos da lontano?
Che vedesti, che cosa t'occup?
Per molto tempo ti aspettammo invano... -
E il Figlio, non inteso, allor parl;
"Un astro sorge nel buio pi intenso;
frutta dette, in deserto, mia semenza;
sorge nel mio pensiero il sogno immenso
che mi composi con gran pazienza.
"Umanit, tu aspetti la parola
delicata da queste labbra amare?
o illusa, questa mia fede  la sola
ch'esista nel tuo fondo dubitare.
"Ch se il mio dubbio fu simile al tuo
io l'annaffiai ben di mordace scherno,
s ch'ora  tutt'ardente ogni fior suo;
e il tuo dar fior pallidi in eterno.
"Il Sogno, il Sogno solo ora mi placa!
 stata questa mia vita un festino.
Umanit! Tu n'esci ora briaca:
a me parve veleno ogni tuo vino!..."
 PARTE TERZA
A VITALIANO PONTI.
 Canto I.
IL RIFIUTO.
Ha ciascuno degli uomini nell'intimo
uno specchio ch' nitido ed onesto,
che ogni bene e ogni male, sia pur infimo,
fa inesorabilmente manifesto.
Umanit, pel tuo squallido volto
ami usare uno specchio fraudolento,
che rimbellisce e rasserena molto
e dell'inganno fa ogni cuor contento.
Umanit, tu sei l'albero istrano,
pieno di tutte leggi e sapienza;
ma chi a li frutti tuoi stende la mano
uccide tua fallace insipienza.
Umanit, se mai tu mi chiedesti,
sempre ti detti e, s'io pur mai ti chiesi,
ebbi da te quanto tu ancor potesti
e siam rimasti l'un dell'altro offesi.
Or sento che nel mio spirito cova
una rivolta; cresce un'azione;
si prepara un incendio e non mi giova
a domarli la rassegnazione.
Umanit, tal quale sei, non t'amo:
nel petto tuo molteplice e deforme
non sta il mio cuore; un'altra madre io chiamo
pel Figlio che non crede e pi non dorme.
Io ti cercai tremante di deso:
io ti credea danzatrice serena
di belle danze, tal come nel mio
essere comandava un'ampia vena
armonica d'amore e di dolore:
bacchica danzatrice io ti pensai,
libera d'ogni impudico rossore,
rosa aulente a' pi gelidi rovai...
Ma tu sul capo la fraterna mano
ghiaccia ed ossuta, rigida e pungente
ponesti a me, s che alitava in vano
la fiamma del mio cuor, della mia mente.
Io prigioniero fui di tua bont,
di tue misericordi leggi schiavo,
s che la mia coscienza ancor non sa
serena rinnegar l'abbraccio ignavo.
Ma tremo io come, dinanzi al vuoto,
il giovine aquilotto anche inesperto:
ei dubita, ma pur sa che l'ignoto
aere  sol per i suoi vanni aperto.
Cotale io son nel darti il mio rifiuto:
cotale sono ora io nel fuggire.
Umanit, quel tuo gelido aiuto:
tremante, ma gi pronto a maledire.
Ancora impaccian me tante miserie
tante nubi dinanzi a ci che agogno,
pi forti anche di me; ma lor congerie
varcando, mi rifuger nel Sogno...
 Canto II.
IL MOSTRO ALATO.
Cos fra tutti come in un deserto
rimase il Figlio; ma nella sua mente
un altro mondo si mostrava aperto
e consolante alla sua brama urgente.
Ma le cose reali erano intorno
irsute e fredde s che un'ala forte,
per un viaggio che non ha ritorno,
egli bram tremante di sua sorte.
L'ala ardita del sogno e dell'imagine,
per attraverso ai suoi fantasmi andare,
l'ala che assurge alla pi alta indagine
egli dov cos pronto invocare:
"Imagine, o divina esaltatrice,
che l'umano scrutar vinci e precorri,
o di bei gesti alati ideatrice,
nel pelago ov'io sono or mi soccorri!
"In alto, sopra questa valle angusta,
o imagin, teco, di salire anelo:
levami su con l'ala tua robusta
che il basso sdegna edificando in cielo.
"Senza di te non sapr tor' d'impaccio
il mio pensier che langue e si dibatte,
preda del sogno e del reale, in laccio
tiranno che ha mie forze ormai disfatte.
"Per mia salute m'urge ora inforcare
il mostro alato della fantasia:
con la ragione mia debbo volare:
ho in mente una sublime allegoria."
 Canto III.
L'ALLEGORIA.
Il mirto  emblema di verit.
Sta sotto il cielo plumbeo la bigia
scogliera frastagliata e disuguale
e nel mezzo, senz'umane vestigia,
una montagna entro le nubi sale.
Chi varca la scogliera dolorosa
trova l'acuto e disagevol monte:
chi quello vince e la fastidiosa
nube sorpassa con secura fronte,
vede brillar purissimo il sereno
e il nudo poggio d'un novello manto
di puri mirti farsi verde e ameno,
lussureggiante d'improvviso incanto.
O monte, la tua cima sta soletta
nelle nubi entro cui tu la nascondi,
quell'odorosa e pur difficil vetta
che d'aquile divine tu circondi;
quei che la brama ha da lasciar la via
segnata di sua carne e di suo sangue
e non ti giunger prima che sia
nel cuore, che di te palpita, esangue.
Tu serbi in te nuova e miglior semenza,
e non vuoi corpi, ma bramanti spirti
pronti a riviver di tua nuova essenza,
per loro infonder l'anima dei mirti.
 Canto IV.
IL VIAGGIO ALLEGORICO.
Adunque il Figlio giunse al bel mirteto
allor che la fatale allegoria
dipinse con lo spirito inquieto
nel quadro dell'accesa fantasia.
E incominci nel maggio di sua vita
puro come un fanciullo a ragionare
e la nebbia d'intorno era sparita
e le nubi nel cielo eran pi rare.
"Noi che passiam la Verit cantando
in fra le genti ci adorniam di mirto".
Cotale il Figlio andava alto osannando,
tutto innalzando l'impeto e lo spirto.
"Io sono aquila ora poi che nulla
mi sta d'intorno se non l'aria pura:
ora la libert sar la culla
della risorta mia vita futura.
"Ormai non pi dentro me stesso io fingo,
ormai sento che tutto in me distrussi
e liberato eccelse cime attingo:
com'uno che si crea io mi condussi.
"E, udite, presso a me qui ritrovai,
in cima al monte vergine del vero,
qui, qui tra' mirti quella ch'io cercai
Anima mia d'unire al mio pensiero.
"Ella fu gi briaca e si confuse
col Senso, con l'Istinto, col Timore
ed ora io la ritrovo circonfusa
di luce nova pel mio forte amore.
"O voi che la perdeste e l'egro fianco
tremante avete vedovo di lei,
salite il monte del mirteto in franco
passo; ella vi prepara alti trofei.
"Or io ben tocco quella chioma, schiva
d'ogni mio freno, prima, or mansueta;
ella mi dice: sentimi, son viva,
non cosa morta informe od insueta.
"Ella mi cinge tutto, ora io ne sento
l'alito ardente fondersi col mio;
ella  me stesso, io son suo sposo e tento
invano distaccarla al mio deso.
"Come ella mi ama e come ella mi parla;
quale linguaggio non udito prima;
come comprendo e com' dolce starla
ad ascoltare mentre si sublima...
"Anima mia, tu sai la gran letizia,
parlami, ad ascoltarti or tace il mondo;
apriti come un fior, siimi propizia,
guidami col tuo fido occhio profondo.
"Parla, parla e la verit dal monte
delle ruine che ti eressi ardendo
grida grida, ed accennami la fonte
che mi disseter sempre, bevendo."
E l'Anima, la nova e pura amante,
a lui tornata per il gran legame,
con la parola sua di diamante
toglieva al Figlio l'ultimo velame:
"O Figlio, ella diceva, poich fuse
or son le nostre essenze in una sola,
ritraggansi da noi tristi e confuse
le Deit tutte ond'altri si consola.
"Sono inutili le stanche sorelle
del vizio, le Virt presuntuose;
noi le tentammo separati ed elle
parver troppo dolenti e dolorose.
"Elle son dee che non ci fan contenti;
n il Vizio noi coronerem di mirto:
di man dalle sorelle esce, e dai denti,
sovente troppo rabbuffato ed irto.
"Il Bene e il Male non ci fan contenti,
l'imagin loro c' troppo molesta:
amiamo l'aria, la bufera e i venti;
amiamo l'acqua, il mare e la tempesta.
"Il bene e il male resteran di noi
schiavi s come tutta la natura,
come il Presente ed il Passato; il Poi
nostro sar finch la vita dura...
"Tali padroni noi fummo da quando
unimmo nostre essenze dolorose:
ognun cos se stesso alto elevando
innalza un dio nel ciclo delle cose."
 Canto V.
L'ULTIMO COLLOQUIO.
Era fresco il mattino ed augurale;
dolce era star fra' mirti al primo sole;
ma ecco una voce invida che sale,
dal piano, balbettando sue parole:
"Tu m'hai dimenticato ed ancor t'amo,
sono la tua sorella Umanit;
tu m'hai lasciata ed io ti piango e chiamo,
cotanto a cuor la tua fede mi sta."
Dolce era star tra i mirti al novo sole
rianimati al delicato foco;
dolce era l'ascoltar vane parole,
senza badare, sorridendo un poco.
La voce seguitava sonnolenta:
"Lasciasti la Famiglia degli Umani,
e credi averne l'anima contenta;
ma guarda quante a te protese mani.
"Tu le disprezzi?... Precipiterai
dall'alto, quando non avrai pi impulso;
tu respingi la fede; ma ben sai
che a me ritornerai stanco e convulso.
"Ed io mi serber per sempre quella
che porge pronta consolazione:
io sar sempre la fida sorella
se tu ritornerai con la Ragione."
Il Figlio sorridea tra' mirti lieto
nel tepor novo del novello sole
e pure disse: "Ascolta il mio quieto
rispondere e non dire altre parole;
"Ora che del mio lago s' chiarita
l'acqua che v'era gi stagnante e torba,
ora che ricomincia la mia vita
voglio che tutte le delizie assorba.
"Io sono lieto d'essermi compiuto,
come una cosa non finita era
prima che io ti dessi il gran rifiuto,
Umanit, dolorosa chimera.
"Io presso a te verr s, ma velato
del mio mistero che tu non comprendi:
sta nella mente mia fisso inchiodato
un dolce vero che tu non intendi.
"Io sono come una ribelle stella,
che si stacc dal consueto andare
che subisce nell'aria ogni sorella
e si volle dall'altre allontanare.
"E tu mi dici: - Ella sar combusta!
Ed io sorrido e ti rispondo: - Ancora
l'altre si spengeranno: ad una giusta
e grande legge  indifferente l'ora. -
"E tu mi dici: - E non tremi, da solo? -
Ed io sorrido e ancora ti rispondo:
- Con quei che amo compir il mio volo;
quel che mi piace abbraccer nel mondo... -
"Tu mi compiangi, o provvida sorella?
Ben riconosco il tuo pietoso zelo:
gi te l'ho detto, son ribelle stella;
compiangimi: m'incendier nel cielo..."
...
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...
FINE.
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APPENDICE.
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LA "QUARTA RIMA".
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Il metro da me seguto in questo poema preferisco chiamarlo quarta rima invece che quartina come non pochi amerebbero meglio. A me pare che la quartina vera e propria debba essere, piuttosto che quattro versi endecasillabi rimati alternativamente, o il primo col quarto e il secondo col terzo, un componimento quasi vivente di per s e del quale abbiamo esempi, composto sul noto schema:
ABBA, BCCB, CDDC, DEED.
La stessa differenza d'altronde esiste, ed  accettata da tutti, tra la sesta rima e la sestina.
La quarta rima  una forma elementare della poesia, perch fa parte dei primi componimenti italiani e non  che la pratica pi semplice di due leggi generatrici di quasi tutti i componimenti: l'alternarsi di quattro rime o il chiudersi di due fra altre due.
Essa, specie questa a rime alternate, a me pare la forma pi semplice del narrare in rima, e non fu mai adoperata per un poema intero; per quanto l'abbiano usata poeti antichi e moderni in componimenti non brevi.
Ecco perch a lei antica io mi rivolsi, per questo poema d'argomento modernissimo.
...
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...
FINE.